Prima edizione: 1983
Teoria dell’urbanistica e del ruolo dell’ Architetto-Urbanista nel contesto urbano.
Giudizio Complessivo: 7 (scala 1-10) concetti interessanti ma il libro è molto complicato
Colin Rowe
Colin Rowe (Rotherham, 27 marzo 1920 – Contea di Arlington, 5 novembre 1999) Architetto e urbanista britannico, teorico dell’urbanistica. Ha studiato Architettura a Liverpool e storia dell’arte a Londra. Ha insegnato in diverse facoltà e tra i suoi studenti vi fu Peter Eiseman. I suoi scritti hanno influenzato il pensiero di molti architetti del ventesimo secolo riguardo alla pianificazione urbana.
Fred Koetter, professore in diverse facoltà di prestigio come Yale e Harvard, co-autore del libro.
Il libro è una critica ai metodi di progettazione urbana a partire dall’utopico “progetto totale”. Gli autori propongono un metodo innovativo che si basa sulla frammentazione e la ricomposizione a collage.
Utopia: decline and fall?
Questo capitolo fa una carrellata delle principali utopie della storia da quella metaforica del rinascimento con Thomas More per poi analizzare quella degli anni Venti (le Corbusier “ville radieuse”) che affonda le sue origini nel pensiero di Darwin, Hegel e Marx. La conclusione è disincantata e, con l’esempio del complesso di Pruitt-igoe che fu subito distrutto, ci mostra come queste teorie siano poco attuabili concretamente.
Il falansterio di Charles Fourier 1829
After the Millenium
Gli autori descrivono la citta moderna partendo dalle critiche che le sono fatte individuando due filoni capeggiati uno dai Superstudio e l’altro dal modello della Main street di Disneyworld. Il primo propone un mondo privo di edifici e oggetti, dove la vita è nomade e dove l’unica necessità sono delle coordinate cartesiane dalle quali scaturirà poi un’esistenza equilibrata. Il secondo invece propone una riduzione esagerata del paesaggio urbano rendendolo immediato, di facile comprensione ed egualitario.
Queste due conclusioni sono figlie di due mondi diversi e, per assurdo, l’una dell’altra poiché i Superstudio in Italia vivono in un mondo con una sovrabbondanza di segni e riferimenti mentre gli americani sono abituati al deserto dello Iowa. Da queste immagini, dove una esclude l’altra, si arriva a definire due tipologie di edifici, uno come teatro della profezia l’altro come teatro della memoria, che hanno un rapporto complementare poiché se si concepisce uno non si può non concepire anche l’altro e, quindi, entrambi devono essere presenti in una città ideale.
Superstudio “Landscape with figure” 1970 Disneyworld Main street
Crisis of the Object: Predicament of Texture
Il capitolo comincia a focalizzare l’attenzione sulla ricerca di una metodologia di progetto. Si parte dalla critica che Popper fa dell’utopia, quindi del concetto che anche una fusione tra utopismo e storicismo rivolto al futuro sarà sempre un rallentamento delle idee progressiste. Da qui deriva la critica al progetto totale, rappresentato dal caso emblematico di Versaille messo in confronto con Villa Adriana a Tivoli. La Seconda è un insieme di parti costruite in tempi diversi e da regimi differenti, ma che rappresenta comunque uno dei massimi esempi di Architettura. Questi concetti, legati all’analisi di un saggio di Isaiah Berlin, nel quale egli denuncia la mancanza di personalità che abbiano un sapere ampio e preso da contesti diversi (Volpi) a differenza di quelli che invece “ne sanno una grande” (Ricci), porta a delineare la tesi sostenuta dagli autori: “è meglio pensare ad un aggregato di piccoli moduli, anche se in contraddizione tra loro, piuttosto che coltivare fantasie di soluzioni totali e infallibili destinate a non riuscire a causa dei presupposti della politica”
Villa Adriana a Tivoli
Collision city and the politics of “bricolage”
In questo capitolo viene presentata la figura del bricoleur, descritto come “colui che fa un lavoro con le proprie mani ma che usa mezzi diversi rispetto a quelli usati da chi è del mestiere”. A questa figura è accostata quella dell’Architetto-urbanista che deve lavorare e controllare una serie di sistemi chiusi e non cerca una visione di sintesi definitiva del problema. Un esempio di questa politica urbanistica è Roma, sia quella imperiale, sia quella papale che, con le sue antitesi (campi in collisione e detriti interstiziali), è riconosciuta come un modello.
Roma Imperiale
Collage City and the Reconquest of Time
Il capitolo conclusivo spiega la tecnica del collage partendo da aluni esempi artistici, in particolare da Picasso, il quale fece grande uso di questa tecnica; ne è un esempio la “testa di Toro” fatta con un sellino e un manubrio da bicicletta. La contrapposizione di questi elementi ne rafforza il significato e, allo stesso tempo, crea due o piu livelli di lettura arricchendo così la composizione. Da qui si apre un dibattito sul tempo, in quanto, se lo si vede con una mentalita ciclica, il collage risulta molto efficace poichè la situazione sperimentale che si andrebbe a formare potrebbe essere continuamente variata e mai anacronistica, a differenza di quanto succederebbe con una visione lineare. Questa strategia favorirebbe, nonstante potrebbe inglobare frammenti utopistici e storicistici, il cambiamento, la storia e il movimento. Essa è vista come l’unico collante possibile tra queste differenti situazioni trovando un equilibrio tra passato e futuro.
Testa di Toro, Picasso, 1943