Prima edizione: Milano, 2011
L’opera è una raccolta di due conferenza, quattro lezioni e un intervento, in cui Francesco Venezia esamina alcuni dei concetti base dell’architettura. Il rapporto che quest’ultima instaura con le rovine, il rapporto che l’edificio crea con suolo, luce, orizzonte.
Il filo conduttore tra queste tematiche è l’importanza per un progettista di conoscere il risultato dei lavori di chi l’ha preceduto, individuando tra essi lo sviluppo e il perfezionamento di idee, temi, tecniche. ‘’Nel nostro lavoro (l’architetto) qualunque novità deve fondare su di una solida base ideale costituitasi nel corso di un tempo lunghissimo. Il vero nuovo può nascere solo dalla tradizione’’.
L’amore per il passato si lega anche a una dura critica all’architettura contemporanea, o almeno gran parte di essa, rea di non aver più una base concettuale su cui fondare i propri progetti.
Giudizio Complessivo: 8 (scala 1-10)
Francesco Venezia
Francesco Venezia è nato a Lauro nel 1944. E’ ordinario di composizione architettonica presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. E’ stato docente alla Sommerakademie di Berlino (1987), visiting professor presso la Graduate School of Design della Harvard University (1988), professeur invitè alla Ecole Polytechnique Fèdèrale di Losanna (1989) e docente incaricato di un atelier di progettazione presso l’Accademia di Architettura dell’Università della Svizzera italiana di Mendrisio (2010). Nel 1988 una sua opera – un museo a Gibellina – è stata selezionata l’European Architecture Award ‘’Mies van der Rohe’’. Nel 1997 due sue opere - la facoltà di diritto ed economia e la biblioteca universitaria ad Amiens – hanno ricevuto il premio ‘’Architecture in stone International Award’’, Verona. E’ accademico di San Luca dal 1998. E’ medaglia d’argento della Repubblica ‘’ai benemeriti della cultura’’. E’ autore di: Scritti brevi; Sotto la volta del cranio; La natura poetica dell’architettura. Sulla sua opera sono stati pubblicati: Trentadue domande a Francesco Venezia; Francesco Venezia. Le idee e le occasioni.
Capitolo 1 – La separazione fatale (Novembre 2009)
L’argomento riguarda la separazione tra il mondo dell’Architettura e quello dell’Archeologia, che Francesco Venezia fa risalire al 1810, anno in cui convenzionalmente si forgia appunto il termine ‘’archeologia’’.Da questa data le rovine diventano oggetto di uno studio scientifico, fatto di ricostruzioni e riflessioni che, seppur molto interessanti, prendono il sopravvento rispetto alla vita, o meglio alla possibilità di vivere questi luoghi; ‘’il mondo delle rovine è entrato in una sorta di riserva protetta, gelosamente protetta, che è assolutamente separata dal luogo dell’Architettura’’.
Nella prima parte della conferenza l’autore introduce l’argomento delle rovine utilizzando come riferimento le Confessioni di Sant’Agostino e, quindi, riflettendo sulla ‘’memoria’’. Questa è fondamentale per ogni aspetto della civiltà, in particolare, in architettura, l’idea non può che nascere dai pensieri, dalle esperienze sensoriali depositate nella nostra memoria e quindi anche dalle rovine. La separazione fatale, che secondo Venezia ha segnato il declino dell’architettura, è ben rappresentata dall’esempio di piazza Municipio a Napoli. E’ da circa dieci anni che ‘’indomiti archeologi stanno ripulendo con le loro scopette fra l’altro le fondazioni dei bastioni demoliti negli anni trenta’’, bloccando la costruzione di una stazione metropolitana (di cui esiste già il progetto) e privando un’intera generazione del godimento della piazza centrale della propria città.
Francesco Venezia conclude presentando due progetti da lui realizzati, ottimi esempi di ritrovata coesione tra Architettura e Archeologia. Il museo della stratigrafia storica della città di Toledo ha la particolarità di essere costruito contemporaneamente alle azioni di scavo; dopo aver eseguito dei sondaggi per verificare la possibilità di posizionare i pali di fondazione rispetto alle preesistenze archeologiche, vengono gettati i pali, sui pali si gettano le strutture, le travi e le coperture, in ultimo procedono le opere di scavo degli archeologi che posso quindi lavorare al riparo delle coperture. La nuova costruzione emerge contemporaneamente alle rovine. Il secondo progetto è l’allestimento di una mostra sulla civiltà etrusca a palazzo Grassi in cui le rovine diventano fonte diretta per un’idea contemporanea. L’atrio di Palazzo Grassi viene realizzato un grande pozzo illuminato mediante una calotta infranta attraverso cui la luce penetra nella sottostante camera ipogea. Il riferimento è una piccola camera sotterranea (tre metri per tre) nella necropoli di Cerveteri, con un pozzo da cui pioveva luce naturale.
Napoli, Piazza Municipio, gli scavi per il progetto della metropolitana
Capitolo 2 – L’architettura del suolo (Maggio 2008)
La conferenza tratta del rapporto dell’edificio con il suolo, un rapporto che, secondo l’opinione di Francesco Venezia, è fondamentale in architettura ed è purtroppo passato in secondo piano per i progettisti contemporanei. ‘’L’architettura va giù dura, e il sito non ha alcun desiderio di essere occupato dall’architettura; i siti stanno bene così come stanno, qualunque intervento è un’azione violenta che noi esercitiamo su di essi’’. Per capire l’impatto che un qualsiasi edificio ha col suolo basta osservare le fondazioni e come esse stravolgano totalmente la natura di quel luogo; il progettista deve essere pienamente consapevole di questa azione violenta e del potere che il nuovo edificio ha di ‘’dare a quel luogo un’immagine inimmaginabile senza la presenza di quell’intervento’’. Queste considerazioni si fondono con una critica all’architettura contemporanea rea di non aver più un rapporto col suolo, ma di essere solo composta da oggetti di design che ‘’simili a turaccioli galleggiano sull’acqua e non esercitano nessuna azione di contrasto verso il suolo’’. La critica di questi ‘’oggetti di design’’, che sembrano realizzati apposta per far da sfondo agli spot pubblicitari, non riguarda solo l’aspetto formale ma anche, e soprattutto, l’aspetto concettuale; negli ultimi anni sembra che ogni progetto debba apparire come qualcosa di nuovo e mai visto, senza pensare al fondamento teorico e concettuale di esso. Venezia, per far comprendere l’importanza della base concettuale che ogni progettista deve possedere, utilizza la metafora della piramide: il piramidione (la parte conclusiva della piramide che ne costituisce il coronamento ‘’a punta’’) rappresenta un progetto, mentre tutto il resto della piramide rappresenta il patrimonio di idee, di sensazioni che il progettista si è costruito con anni di esperienza e che è fondamentale per sostenere un’idea di progetto. La rilevanza dell’impianto a terra è inoltre data dal suo essere senza tempo; l’alzato di un edificio dipende in gran parte dalla sensibilità dell’epoca, mentre il suolo su cui si edifica è lo stesso da sempre. Un esempio sono i templi greci: dorico, ionico o corinzio si distinguono negli aspetti formali, mentre il basamento dell’edificio è lo stesso.
Capitolo 3 – Il controllo dell’orizzonte (Marzo 1995)
In questa lezione Venezia sottolinea l’importanza di chi vive l’architettura, cioè l’uomo. Quando si progetta si deve tener conto che sarà l’uomo, con le sue misure, le sue proporzioni, il suo ritmo nel camminare, a muoversi nello spazio: l’orizzonte si alza e si abbassa insieme ai nostri occhi. L’edificio è anch’esso fatto di misure, e quest’ultime devono rispettare le misure dell’uomo. Vengono quindi presentati diversi modi di trattare il progetto dell’orizzonte.
Piazza del Campidoglio, ‘’straordinaria macchina del controllo dell’orizzonte’’, sfrutta il grande dislivello di circa dodici metri che nasconde in parte i due edifici laterali grazie anche all’imbuto prospettico e fa ‘’inghiottire’’ la piazza stessa dalla linea d’orizzonte. Una volta salita la gradonata la piazza si rivela nella sua unità, ora è la città ad essere sotto la linea d’orizzonte e, quindi, nascosta alla nostra vista. Michelangelo progetta questo spazio pensando al movimento dell’uomo e al suo sguardo. Piazza Navona sfrutta invece l’introduzione di elementi intermedi (le fontane) per evitare l’appiattimento prospettico, e facilitare all’uomo la misura dello spazio molto profondo. Casa Malaparte a Capri è considerata da Venezia una ‘’macchina suprema del controllo dell’orizzonte’’ perché ‘’essa subordina il carattere domestico alla volontà di celebrare la natura dell’isola, di divenirne espressione. E divenire espressione dell’orizzonte marino che, al nostro muoverci, per la configurazione orografica acquista mobilità straordinaria’’. Il segreto sta nelle due gradinate contrapposte che, a seconda della posizione in cui ci si trova, nascondono, intercettano, rivelano parzialmente o totalmente l’orizzonte che si adagia sul mare.


Tempio di Hatshepsut, Luxo r(
Fallingwater, Frank Lloy Wright (1936)
Capitolo 6 – Rovine e non finito (Novembre 2005)
In questa lezione Francesco Venezia approfondisce il significato di rovina, di cui si parla già nel primo capitolo in relazione all’archeologia, e introduce il concetto di non finito.
‘’Non c’è rinnovamento nell’architettura senza il rapporto col passato’’ e senza profonda conoscenza di esso; in architettura gran parte di questo passato è rappresentato dalla rovina.
Questa col passare del tempo ha perso parti dell’edificio che rappresentavano la sensibilità del periodo in cui era stato concepito e acquista un significato più universale, di ‘’eterna attualità’’ poiché è sopravvissuta al passaggio di numerose civiltà; è rimasta unicamente con la sua ‘’potenza di forma’’. Il progettista deve essere in grado di vedere la potenzialità universale della rovina farla rivivere ideando nuove funzioni per quella forma.
Venezia afferma anche di come sia fondamentale saper ‘’progettare belle rovine’’; ciò che viene realizzato oggi, tra alcuni anni diventerà rovina e dovrà essere in grado di nutrire le menti delle nuove generazioni di architetti, così come ad esempio le rovine delle terme di Diocleziano hanno ispirato a Michelangelo la basilica di santa Maria degli Angeli e dei martiri.
Mentre la rovina è ciò che resta di un edificio compiuto, il non finito è ciò che resta di un progetto compiuto. Anche l’edificio non finito contiene una forte valenza estetica poiché ‘’nella loro incompiutezza hanno la forza di commuovere, di conseguire nuova o diversa bellezza’’.
Michelangelo,santa Maria degli Angeli e dei martiri, Roma
Capitolo 7 – Intervento al convegno Lafayette Park, Detroit (Ottobre 2010)
L’intervento riguarda l’architettura di Mies van der Rohe. Venezia fa un parallelo tra le rovine dei templi sulla piana di Paestum e la Nationalgalerie. Questi edifici hanno in comune una perenne ‘’inattualità’’. Il tempio di Nettuno e la Basilica hanno perso col tempo il superfluo diventando universali. L’opera di Mies ha rinunciato al superfluo, alle cosa alla moda, pur utilizzando materiali attuali, l’acciaio e il cristallo, ‘’nasce universale’’.
Fotomontaggio di Francesco Venezia, templi sulla piana di Paestum e Nationalgalerie di Mies van der Rohe